«E risponderanno e diranno: "Le nostre mani non hanno versato questo sangue ed i nostri occhi non hanno visto. Espia per il tuo popolo Israele che hai riscattato, o Signore, e non porre del sangue innocente in mezzo al tuo popolo Israele".»
(Deuteronomio 21,7-9)
In un'epoca di serial killers e di film polizieschi abbiamo serie difficoltà ad entrare nella "mentalità" del diritto ebraico. I processi moderni spesso prendono anni e comprendono una lenta e meticolosa raccolta di prove. Si può essere condannati per omicidio senza che ci sia una sola persona che abbia visto la scena del delitto. La filosofia, che non intendiamo discutere, alla base di questo approccio è che il compito della giustizia è quello di garantire la pena al colpevole. Ciò che conta è che il caso specifico sia risolto, che ci sia un colpevole con tanto di movente.
Nel diritto ebraico il processo indiziario non esiste. Ogni processo è vincolato dalla testimonianza diretta di due testimoni. Fiumi di inchiostro sono stati scritti dai nostri Maestri circa chi possa testimoniare in un processo. Certo una persona osservante, sopra le parti e totalmente scollegata dall'accaduto, ma non solo.
Il processo ebraico poggia su un'idea profondamente diversa di giustizia: la giustizia assoluta è quella di D-o. In quanto uomini ma soprattutto in quanto ebrei, abbiamo il dovere di associarci a D-o nella gestione della giustizia. L'intervento del tribunale umano è comunque relegato a questo mondo e non esclude affatto il giudizio Divino dopo la vita di questo mondo.
Tutti sono d'accordo che vada garantita la giustizia, ma come deve avvenire? Il mondo s'indigna contro gli Stati Uniti per la continua applicazione della pena di morte eppure negli Stati Uniti la maggior parte della popolazione la pensa diversamente: seppure dovesse capitare di scoprire che una persona innocente è stata giustiziata, poco male, quello che conta è l'idea che il terrore della pena capitale aiuti a diminuire la criminalità.
Nella Legge ebraica un approccio del genere non è contemplabile: se si condanna si deve avere la certezza assoluta, altrimenti meglio lasciare a D-o il compito di garantire che tutti i conti tornino.
«Una giustizia giusta inseguirai» (Deuteronomio 16,20) ammonisce l'esordio della Parashà e R. Bunam deriva da qui che il fine non giustifica i mezzi. Insomma, se il tribunale umano può fare giustizia bene, altrimenti una sospensione della giustizia fino al giudizio Divino è preferibile a una giustizia parziale.
È di notevole interesse il precetto della Eglà Arufà, la giovenca accoppata. Si tratta di una mizvà da eseguirsi nel caso in cui venga trovato un cadavere nei campi e non si sappia chi lo abbia assassinato. Il Grande Sinedrio ha l'obbligo di stabilire quale sia la città più vicina ed il tribunale di questa, nelle persone degli Anziani della città, deve eseguire un preciso rituale che consiste essenzialmente nell'accoppare una giovenca in una valle brulla.
La giovenca, che non deve aver mai portato il giogo, serve per "lavare le mani" ai Saggi della città. Rashì spiega:
«Ha detto il Santo, Benedetto Egli sia: venga una giovenca di un anno che non ha dato frutti, venga accoppata in un luogo che non dà frutti, ed espii per l'uccisione di questo a cui non è stato permesso di dare frutti.»
(Rashì, citando TB Sotà 46a)
L'uccisione di un uomo è grave perché, nelle parole del Talmud, uccidendo un uomo si uccide un mondo intero, ovvero tutta la sua futura discendenza.
Questo "strano" Rashì ci insegna che la gravità di un omicidio viene alla luce soprattutto quando riflettiamo sul senso dinamico di questo.
Resta da capire il senso della dichiarazione che viene richiesta agli Anziani: chi mai avrebbe sospettato questi ultimi di omicidio? È chiaro che se c'è qualcuno di insospettabile nella città più vicina al cadavere questi sono i membri del tribunale.
La dichiarazione è doppia. Gli Anziani dicono:
«Le nostre mani non hanno versato questo sangue e i nostri occhi non hanno visto.»
Ed i Coanim rispondono:
«Espia per il tuo popolo Israele che hai riscattato, o Signore, e non porre del sangue innocente in mezzo al tuo popolo Israele.»
Secondo Rashì la responsabilità degli Anziani è quella di aver lasciato la vittima dell'omicidio senza viveri e/o di non averla accompagnata e quindi protetta adeguatamente. Ibn Ezra dice invece che la responsabilità degli Anziani è quella che deriva dal peccato presente in città. Se la città fosse priva di peccati certo un così tragico evento non sarebbe accaduto nei suoi pressi.
In un caso o nell'altro si tratta di mancato controllo su ciò che accade nella città e nei suoi pressi. In questo senso la dichiarazione si rende assolutamente necessaria.
In assenza di un colpevole è il tribunale ad essere colpevole. Se c'è stato un omicidio, ed in particolare se c'è stato un omicidio del quale non si riesce ad attribuire la responsabilità, è il tribunale a dover giustificarsi.
È palese che nessuno dei giudici ha fatto nulla per togliere la vita a quell'uomo, ma la loro negligenza, in qualche modo, deve essere espiata. La giustizia di un tribunale rabbinico non deve lasciar adito ad alcuna "chiacchiera": nessuno deve poter accusare la leadership di negligenza. È la leadership per prima che si autoaccusa.
Sono i Coanim che traggono le conclusioni del triste evento:
«Espia per il tuo popolo Israele che hai riscattato, o Signore, e non porre del sangue innocente in mezzo al tuo popolo Israele.»
Il riscatto d'Israele dall'Egitto viene tirato in ballo apparentemente senza un valido motivo. Eppure il motivo c'è.
Questa mizvà è l'ultima mizvà insegnata da Jacov a Josef prima che questo fosse venduto dai fratelli. Tutta la storia della schiavitù in Egitto deriva da questo evento.
Nelle intenzioni di Jacov c'era senz'altro insegnarci qualche cosa che ci avrebbe aiutato nell'esilio, così come avrebbe aiutato uno Josef solo ed abbandonato da tutti, ma non da D-o.
La mizvà della Eglà Arufà insegna che D-o è l'unico Giudice supremo; i giudici ed i leader umani, per natura, possono sbagliare. Non si sbaglia solo agendo, si sbaglia anche non agendo quando si deve.
Se siamo scesi in Egitto ciò è avvenuto per colpa nostra. E forse, questo voleva dire Jacov, anche un po' per colpa di un padre che non è stato capace di disinnescare situazioni potenzialmente esplosive.
Insegnando questa mizvà a Josef, Jacov si prende parte della responsabilità, anche se non ha fatto nulla di male, anche se non ha nessuna intenzione malvagia. La sua incapacità di impedire la tragedia è una colpa, piccola ma è una colpa, e questo il patriarca lo confessa senza problemi.
La mizvà della Eglà Arufà però insegna anche un'altra cosa: si deve saper andare avanti. Si deve saper uscire dalla valle brulla per tornare in campi che danno frutti; si deve lasciare il cadavere della giovenca che non ha dato e non darà frutti per tornare ad arare la terra con giovenche che frutti ne daranno.
Si deve saper superare l'uomo al quale la collettività responsabile (giacché manca un colpevole) ha impedito di dare frutti, per tornare nelle proprie case e creare dei frutti nostri.
Questo, mi pare, il senso della conclusione della cerimonia da parte dei Coanim: se Tu, Signore, ci hai redento dall'Egitto, ciò vuol dire che ci deve essere una via d'uscita per questa situazione.
La vita prosegue, anche e soprattutto quella di un popolo. La ferita brucia, dagli errori si deve imparare ma si deve anche saper andare oltre.
In questo senso leggerei anche la proibizione espressa nella nostra Parashà di tagliare un albero da frutto assediando una città. Quando s'intraprende una guerra nella quale ci saranno senz'altro dei morti, può sembrare assurdo pensare ad un albero. Eppure forse è proprio qui la chiave del discorso.
L'albero non è come un uomo, da potersi riparare in città. Un albero non può muoversi, ma fa dei frutti. Un albero, una volta tagliato, rimarrà lì: nessuno lo seppellirà, nessuno farà un processo a chi lo ha tagliato.
Forse nel momento in cui si va in guerra è particolarmente rilevante riflettere sulla gravità intrinseca di un'uccisione anche quando "giustificata". Un albero fa i frutti, ma anche l'uomo fa dei frutti.
Tagliare un albero inutilmente significa disprezzare il concetto di produzione di frutti, disprezzare la vita umana. Il disprezzo della vita non è contemplato. Quando si uccide "giustamente" lo si fa, in qualche modo, per preservare la vita. Persino nel fare la guerra Israele deve saper esaltare il rispetto per la vita.