«Ed immolerai il Pesach per il Signore tuo D-o, gregge e mandria, nel luogo che sceglierà il Signore per far risiedere lì il Suo Nome. Non mangerai con esso chamez (cibi lievitati). Sette giorni mangerai a causa sua mazzot, pane della povertà, poiché in fretta sei uscito dalla Terra d'Egitto affinché tu ricordi il giorno della tua uscita dalla Terra d'Egitto tutti i giorni della tua vita.»
(Deuteronomio 16,2–3)
«Lì immolerai il Pesach alla sera, quando viene il sole, momento della tua uscita dall'Egitto.»
(Deuteronomio 16)
La sequenza cronologica dell'uscita dall'Egitto è oggetto di disputa da parte dei nostri Saggi. Non per curiosità storica né per vezzo filosofico ma perché essa è di fondamentale importanza per stabilire la corretta esecuzione dei precetti ad essa legati.
In particolare il "fattore tempo" è rilevante per definire la mizvà del korban Pesach (l'offerta pasquale). Nel Talmud (TB Berakhot 9a) troviamo un'interessante disputa tra R. Akivà e R. Elazar ben Azarià prima, e tra R. Jeoshua e R. Eliezer poi.
Il secondo verso che abbiamo citato definisce temporalmente il korban Pesach in tre modi:
- «Alla sera» — dopo mezzogiorno (dopo la sesta ora astronomica diurna).
- «Quando viene il sole» — al tramonto.
- «Nel momento della tua uscita dall'Egitto» — alla mattina.
Come si fa a mettere d'accordo questi tre tempi?
«R. Eliezer dice: "La sera lo immoli, quando viene il sole lo mangi e nel momento della tua uscita dall'Egitto lo bruci (ciò che ne rimane)".»
(TB Berakhot 9a)
Diversa è l'opinione di R. Jeoshua:
«R. Jeoshua dice: "La sera lo immoli, quando viene il sole lo mangi e fino a quando lo mangi? Fino al momento della tua uscita dall'Egitto".»
(TB Berakhot 9a)
La disputa tra queste due visioni si riduce quindi alla definizione del tempo nel quale è permesso mangiare il korban Pesach: R. Jeoshua sostiene che lo si possa mangiare fino all'alba mentre R. Eliezer dice che il Pesach va mangiato entro la mezzanotte.
Due notti fondamentali conosce l'ebraismo: "questa notte", halaila hazè, e "quella notte", halaila hahu. La prima è la notte di Pesach, mentre la seconda è la notte del 9 di Av. Fantastico è l'uso dei termini: la notte di Pesach diviene "questa notte", quindi ogni notte. La redenzione, così come il dono della Torà ("in questo giorno"), viene attualizzata fino a diventare il simbolo dell'attesa quotidiana della redenzione. La notte della distruzione del Tempio diventa "l'altra" per eccellenza: "quella", circoscritta in un passato che vogliamo al più presto superare.
La notte di coloro che osservano, o delle azzime osservate, o ancora di coloro che sono osservati, è definita da due eventi fondamentali: la redenzione e l'uscita.
«Ha detto R. Abbà: "Tutti riconoscono che quando Israele fu redento dall'Egitto, non fu redento altro che di sera, come è detto: 'Ti ha fatto uscire il Signore D-o tuo di notte' (Deuteronomio 16,1); ma che quando sono usciti non sono usciti altro che di giorno, come è detto: 'All'indomani del Pesach sono usciti i figli d'Israele con mano alta' (Numeri 33,3). Allora su cosa sono in disputa? Sull'ora della fretta. R. Elazar ben Azarià sostiene: 'Che cosa è fretta? La fretta degli egiziani'; e R. Akivà sostiene: 'La fretta di Israele'."
(TB Berakhot 9a)
La notte del korban Pesach oscilla tra due elementi: l'azione d'Israele che immola il korban Pesach, sgozzando assieme all'agnello sacrificale tutta l'impalcatura dell'idolatria egiziana, e la ripercussione che questa azione provoca nel mondo: la fretta. La fretta caratteristica d'Israele che trepida dal desiderio di adempiere alle mizvot e la fretta dell'Egitto di liberarsi di noi il prima possibile.
Due conseguenze ha quindi il korban Pesach:
Redenzione — uccisione dei primogeniti egiziani da parte di D-o ed il conseguente permesso del Faraone di partire. L'impazienza dell'Egitto che Israele se ne vada.
Uscita — l'uscita d'Israele in base all'ordine Divino, di giorno a testa alta e non di notte come un ladro. È la fretta d'Israele che trepida per lasciare l'Egitto ed aspetta impaziente l'alba.
Risulta quindi che la vera disputa è su quale sia il fulcro dell'evento: R. Eliezer vede nell'uccisione dei primogeniti egiziani il culmine del processo della redenzione. D-o stesso scende in questo mondo compiendo un atto di misericordia gratuita nei nostri confronti.
R. Akivà vede nell'uscita fisica degli ebrei l'elemento chiave della questione. Quello che conta per lui è l'uscita, saldo effettivo della promessa fatta ad Avraham. Saldo del Re del mondo che opera con giustizia, promette e mantiene.
R. Eliezer vede nella Yeziat Mizraim un evento di misericordia Divina mentre R. Akivà la vede come un atto di giustizia.
Peraltro noi analizziamo queste due visioni durante il Seder di Pesach.
R. Eliezer sostiene che ogni piaga ne conteneva quattro, R. Akivà cinque.
Quattro sono le lettere del Nome di D-o caratterizzato dalla dimensione della misericordia, mentre cinque sono le lettere del Nome della giustizia.
Mangiare il Pesach fino a mezzanotte o fino all'alba indica dichiarare l'uscita dall'Egitto come un atto di misericordia o di giustizia Divina. Noi seguiamo l'opinione di R. Eliezer mangiando, se avessimo il Santuario, fino a mezzanotte e propendendo per l'atto di misericordia.
Forse era anche a questo che si riferiva R. Elazar ben Azarià quando diceva che finalmente, grazie alla spiegazione di Ben Zomà, aveva compreso il profondo significato dell'uscita dall'Egitto di notte.
Se abbiamo l'obbligo di ricordarla tutti i giorni della nostra vita, non sono solo i giorni ("i giorni della tua vita") ma anche le notti ("tutti i giorni della tua vita"). Sottolineando quindi il particolare valore della notte nella quale D-o uccide i primogeniti dell'Egitto, notte nella quale risparmia noi che passiamo una notte di studio e di veglia in un limbo di libertà e schiavitù che ci proietta nella condizione diasporica di Israele: di fatto ancora schiavi ma già liberi in quanto ci occupiamo di Torà.
La vediamo quindi come R. Eliezer, che la vuole una redenzione notturna e temporanea, lasciando la redenzione diurna e perenne di R. Akivà alla prossima venuta del Redentore a Sion, presto e ai nostri giorni.